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Evgenij Zamjátin: Noi (Paperback, 2018, Mondadori) 4 stars

Bel libro

No rating

Devo dire che inizialmente ho trovato la lettura un po' ostica (sarà lo stile di chi scrive un romanzo nei primi del 900) ma poi, con un po' di concentrazione, mi ha preso. Alla fine, il libro mi è piaciuto. Addirittura, alla fine sono riuscito anche ad apprezzare lo stile di scrittura dell'autore, perché quando scrive e si avviluppa nei suoi ragionamenti contorti, sembra quasi che faccia poesia.

All'inizio D-503, il costruttore dell’integrale (che scrive per i lettori di un altro pianeta), sembra un classico, come si dice oggi, "nerd matematico" infervorato e il suo mondo sembra quasi la realizzazione su vasta scala della Fratellanza Pitagorica, la setta di Pitagora e dei suoi seguaci della antica Grecia. Tutto è inquadrato in formule matematiche e forme geometriche precise, come a dare sicurezza in un mondo che non lo è (o che comunque non lo era più stato dopo la guerra dei 200 anni): "Ogni cosa a suo posto, tutto era semplice, regolare", puro, cristallino, simmetrico". Al protagonista piace la Matematica perché gli dà sicurezza, è precisa, controllata, e non ti dà modo di uscire fuori dagli schemi e quindi non si può sbagliare, né commettere errori: "E la matematica applicata alla vita da sicurezza e se non commetti errori allora hai la chiave delle felicità."

Ho trovato originale l'utilizzo di numerosi riferimenti matematici per descrivere quel mondo: - Aveva lo "sgradevole effetto di un membro irrazionale irriducibile che si infili casualmente in una equazione.", - "Non voglio la radice quadrata di -1" - "Non vivevo nel nostro mondo razionale ma in quello antico antico, vaneggiante, nel mondo delle radici di meno uno" - "Inscalfibili ed eterne sono solo le quattro operazioni dell’aritmetica" - "Fatico ad immaginarmi la vita non calata nei paramenti matematici delle tavole della legge"

Non credo sia un caso che la sua amante si chiami I come la radice quadrata di -1 ("Quella donna [I-330] mi faceva lo stesso sgradevole effetto di un membro irrazionale irriducibile che si insinui casualmente in un’equazione.”). Quando narra un episodio di quando andava a scuola afferma che è un numero irrazionale (ma noi sappiamo che non è nemmeno un numero reale ma immaginario e complesso, non irrazionale): “È come tanto tempo fa, negli anni di scuola, quando mi ero imbattuto in una √-1. […] Una volta Gracchio ci aveva parlato dei numeri irrazionali: ricordo che piangevo, battevo i pugni sul tavolo strillando: «Non voglio la √-1! Toglietemi di dosso la √-1!». Questa radice irrazionale mi attecchì dentro come qualcosa di estraneo, di alieno, di terribile; mi divorava: non era possibile vagliarla, neutralizzarla, perché era fuori della ratio.” E poi, pensandoci bene, in russo irrazionale non credo si scriva con la I (forse иррациональный ) e neanche immaginario (forse мнимый).

Le persone vengono chiamate "Numeri" e quindi capita di imbattersi in frasi spiazzanti come: i "doveri di numero onesto" oppure "Avevo finito di essere un numero in una addizione per diventare una unità."

Spesso vengono citati gli "Esercizi di Taylor da fare in palestra" e le Formule di Taylor: credo si riferisse proprio al matematico inglese Brook Taylor del 1700.

Sono tutti sincronizzati nel fare le cose come un unico organismo (anche nel mangiare con i suoi "50 movimenti regolamentari di masticazione per ogni boccone") e due volte al giorno (16:00-17:00 e 21:00-22:00) "il possente e unico organismo si parcellizza in cellule separate: si tratta delle ore personali stabilite dalle tavole della legge". Sono talmente controllati mentalmente che reputano "i sogni sono una grave malattia psichica" e la fantasia come qualcosa da eliminare chirurgicamente: "Voi siete malati e il nome di questa malattia è: fantasia!" e "Sarete perfetti, equivarrete a delle macchine, la via che conduce al 100% della felicità è sgombra. Affrettatevi tutti, grandi e piccini, affrettatevi a sottoporvi alla Grande Operazione.". E per ribadire il concetto: "Il sogno antico del Paradiso... Ripensi al Paradiso: là non si conoscono i desideri, non si conosce la compassione, non si conosce l’amore; là ci sono i beati, a cui è stata asportata la fantasia (ed è per questo che sono beati), gli angeli, i servi del Signore".

Figure come "Lo Stato Unico", il Benefattore e la Scienza Unica di Stato ricordano molto 1984, con il suo Grande Fratello che rappresenta il simbolo del controllo totale e della sorveglianza dello stato. In entrambe le opere, la società è dominata da un'ideologia totalitaria che controlla il pensiero e la libertà delle persone. In "Noi", la Scienza Unica di Stato è l'ideologia dominante che promuove l'efficienza, l'ordine e l'eliminazione di qualsiasi forma di individualità. Questa ideologia richiama il concetto di Ingsoc presente in "1984", che promuove il controllo del pensiero e la manipolazione della realtà per mantenere il potere.

Per entrambi i romanzi vengono esplorate tematiche come la perdita della libertà individuale, l'alienazione e la distruzione dell'individualità (la frase che più rappresenta questo stato di cose è: "Tutti ed Io siamo un unico Noi"). Risulta impressionante, quindi, l'effetto spersonalizzante dell'assenza dei nomi sostituiti da una lettera (consonante per i maschi e vocale per le femmine) e un numero progressivo (dato che nell’alfabeto russo ci sono 10 vocali, ciò spiega perché le donne non erano in netta minoranza numerica). Evidente che essendo scritto nel primo 900 ha ancora risvolti maschilisti sulle donne e su come pensano le donne (specie quando ad inizio libro D descrive O-90 ... non la tratta proprio bene).

Mi ha messo i brividi quando ho capito che O-90, che ha il desiderio di procreare ma essendo fuori dallo standard della Norma Materna, non potrebbe farlo nello Stato Unico, è evidente che ci troviamo di fronte ad una sorta di selezione razziale. Anche il concetto di madre qui viene meno perché i bambini appena nati vengono portati via dalle loro madri. Loro non hanno una famiglia ad eccezione dello Stato Unico ma il protagonista ad un certo punto dice: "Se avessi una madre, come li avevano gli antichi…"

La farsa delle "elezioni senza dubbi" sono indice di una dittatura e alla fine non sono uno strumento del popolo, ma solo uno dei tanti strumenti usati per mantenere il controllo, una mera formalità, un'illusione di partecipazione democratica. I risultati delle elezioni sono predefiniti e che i cittadini non hanno alcun potere reale nel determinare il destino del governo. Questa mancanza di scelta e di vera partecipazione politica è un segno distintivo di un regime dittatoriale e di una società totalitaria.

Interessante il loro modo di intercalare: "In nome del Benefattore", viene usato almeno 5 volte e fa capire come sono stati indottrinati.

L'autore descrive spesso gli aspetti fisici delle persone con le lettere: la X tra gli occhi, la S del suo corpo, la O del suo corpo tondo (divertente quando scrive frasi come "I, con fare xesco"). E aggiunge poi, sempre per ogni persona, sempre la stessa caratteristica per identificarlo: branchie, rughe, sopracciglia, etc.

Nelle loro abitazioni le stanze hanno le pareti trasparenti (tranne quando si aveva il tagliando rosa e si aveva il permesso dell’addetto ad abbassare le tende): in pratica "vivono sempre in vista, in un perenne bagno di luce", perché non hanno nulla da nascondere ("non come gli antichi che vivevano in abitazioni impermeabili allo sguardo che però li fece divenire egoisti"). Questo mi ha fatto pensare al Panopticon: un modello di struttura carceraria ideato dal filosofo Jeremy Bentham nel XVIII secolo che si basava su un edificio circolare con celle disposte attorno a un'ampia torre centrale, dalla quale i guardiani potevano osservare i detenuti in ogni momento. Lo scopo era ottenere la massima efficienza nel controllo dei prigionieri, ma allo stesso tempo minava la loro privacy.

Sono tutti sincronizzati nel fare le cose come un unico organismo e due volte al giorno (16:00-17:00 e 21:00-22:00) "il possente e unico organismo si parcellizza in cellule separate: si tratta delle ore personali stabilite dalle tavole della legge".

Curioso il modo di descrivere alcune cose: parla spesso del cielo ("cielo azzurro, senza una nuvola che lo guasti, asettico, inappuntabile", "pallido cielo di vetro") e chiama gli altri testa a palla", presumo perché siano tutti rasati. I peli sono una condizione arcaica e immagino che essere glabri sia una caratteristica di cui andare fieri: lo stesso protagonista è infastidito dalla sua mano villosa mentre I non lo è perché ritrova in quel particolare la condizione che ritrovava fuori dalle mura nei MEFI (dal nome Mefistofele). Talmente infastidito che scindeva se stesso in due: "Io, quello vero, e l’altro Io, quello selvaggio" (che si intravedeva nelle mani villose). Bello il cambio di registro dell'ultimo capitolo in cui il protagonista asserisce dice di essere cambiato e non userà più "nessun vaneggiamento, nessuna metafora, nessun sentimento. Solo fatti! Perché sono sano!"…. E se fino a poco prima quando scriveva era molto riflessivo e poetico (usando spesso immagini una dietro l’altra per descrivere qualcosa) e si struggeva spesso per amore, ora in effetti scrive in maniera asettica e impersonale, ma anche per questo più fredda e inumana quando guarda I finire sotto la Campana, fino alla frase distopica finale: "E io spero che vinceremo! Anzi, ne sono certo: vinceremo! Perché la ragione deve vincere!". Qui è la sua umanità ad aver perso.

Ambientato 900 anni nel futuro, è un libro scritto nei primi del 900 e si intuisce sia per il modo di fare i calcoli (ovviamente, data l’epoca, usano le tavole dei logaritmi) sia perché quando quando va nello spazio ci sono pochi dettagli e manca il concetto di assenza di gravità (quando lo ha scritto l’uomo non era mai andato nello spazio).

Una bella riflessione: "Nel passato lo Stato, per senso di umanità, vietava di uccidere il singolo individuo, mentre non vietava di uccidere per metà milioni di individui. Uccidere il singolo, ossia sottrarre 50 anni alla somma delle durate delle vite umane era da criminali, ma sottrarne 50 milioni di anni forse non lo era? Beh, davvero ridicolo!"

Una bella citazione: "Una persona è come un romanzo: fino all’ultima pagina non si sa mai come va a finire. Se no, neanche varrebbe la pena di leggere..."

Un pezzo che mi ha fatto ridere: "Noi tutti (e forse anche voi) da piccoli, a scuola, abbiamo letto il più grande dei monumenti letterari antichi giunti fino a noi: L’orario dei treni." […] A chi non toglie il fiato sfrecciare strepitanti per le pagine dell’Orario? […]"

La parte più poetica? Eccola qua: "Sfigura come la grafite accanto al diamante: entrambi contengono C, carbonio, ma com’è eterno e trasparente, come riluce il diamante!"

La citazione più rivoluzionaria: "E dunque dimmi: qual è l’ultimo numero?" - "Ma, I, è una cosa insensata. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultimo?" - "E io come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultima rivoluzione? L’ultima rivoluzione non c’è; le rivoluzioni sono infinite. Si dice ai bambini che è l’ultima: l’infinito li spaventa e bisogna che dormano tranquilli la notte..."

La parte più vera: "[...] Racconta una storia a dei bambini, raccontagliela fino in fondo, e loro ti chiederanno comunque, senz’altro: e poi? e perché? […] I bambini sono gli unici filosofi coraggiosi. E i filosofi coraggiosi sono sempre bambini. Bisogna che sia sempre così, come i bambini, chiedere: e poi?"