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quoted Dominio e rivolta by Alfredo Maria Bonanno (Pensiero e azione, #34)

Alfredo Maria Bonanno: Dominio e rivolta (Hardcover, Italiano language, 2015, Edizioni Anarchismo) No rating

In un certo senso, più strumenti accumuliamo più cresce la considerazione sociale di cui godiamo, non in termini di soldi, perché, come diceva Bakunin a proposito della Prima Internazionale, non è una questione di quattrini, ma una questione di potere. Ora, non c’è dubbio che la conoscenza fornisce strumenti di potere e quando non fornisce strumenti di potere, nel senso decisionale di mandare uomini all’attacco della barricata nemica, fornisce sicuramente strumenti di autorevolezza, e anche l’autorevolezza può essere strumento di potere. Quindi, nel momento in cui io dovessi mettere a repentaglio la mia condizione sociale, il mio status in termini di riferimento nei confronti degli altri, quello che gli altri vedono in me come ruolo, nel momento che dovessi mettermi in gioco, dovrei completamente azzerare tutti gli sforzi che ho fatto fino a quel momento: conoscenze, approfondimenti, acquisizioni, tutto quello che sono. Azzerare e coinvolgermi completamente nell’azione, ma sono veramente capace di agire? Io me lo sono chiesto tante volte.

Ecco perché gli anarchici sostengono che non c’è differenza tra teoria e azione, perché nel momento che io veramente approfondisco la teoria di un processo, di un problema e mi distacco da questo approfondimento e mi chiamo fuori, faccio crescere questa teoria fuori di me e quindi essa si sviluppa fuori di me e sviluppandosi fuori di me mi fornisce uno status, mi fornisce i galloni, mi fornisce il riconoscimento degli altri, qualcosa a cui tengo. Allora la teoria comincia a camminare per i fatti suoi e nel momento in cui cammina per i fatti suoi mi prende per mano, io sono il teorico e non voglio essere un’altra cosa perché nel momento in cui io sono un’altra cosa non sono più il teorico, non ho più il riconoscimento degli altri come teorico, perché nell’azione devo correre il rischio di bruciare quella acquisizione teorica, bruciare il mio status, tutto quello che sono, in un solo momento, e se faccio questo che ho studiato a fare? che ho passato a fare tutti quegli anni sui libri? che cosa vuol dire la mia capacità di ragionare? di parlare e di farmi ascoltare? Non vorrebbe dire più nulla finendo in un carcere del cazzo, restandoci per anni, ecc.

Ecco cosa significa l’equivalenza tra teoria e pratica. Significa che non ha senso studiare, non ha senso approfondire, non ha senso avere le tesi sviluppate in modo chiaro, non ha senso saper parlare, pensare, progettare, se non si sa nello stesso tempo agire, se non si è in grado di bruciare nel medesimo fuoco che abbiamo attizzato la cenere della conoscenza e la fiamma dell’azione. Ecco perché le due cose non possono essere separate, ecco perché la rivolta è relazione continua, passaggio tra teoria e azione.

Però tutto ciò può accadere solo se dentro di noi ci stimola qualcosa, qualcosa che non è facile individuare e di cui è più difficile ancora parlare. Io avverto spesso dentro di me un senso di commozione davanti a certi fatti, un moto dell’animo che mi è difficile frenare, anche la scena di un film spesso mi commuove, e sono capace di mettermi a piangere come un bambino, e mi nascondo e me ne vergogno. Ma la commozione è una cosa importante ed è ben stupido vergognarsene. Commuoversi significa muoversi insieme, insieme a quella parte di noi stessi che per paura del ridicolo continuiamo a tenere nascosta, separata, e che a furia di tenere nascosta finiamo per perdere.

Il rivoluzionario, secondo me, è colui che è disposto a giocarsi tutto nel momento dell’azione, principalmente la condizione che si è conquistata attraverso lo studio, l’approfondimento, la seriosità delle teorie, ecc., un uomo capace di affrontare il ridicolo, cioè che non ha paura di affrontare il ridicolo. E questo può accadere perché dentro di noi c’è il desiderio di trasformare il mondo, di trasformare la vita, di pensarla diversamente, di desiderare che gli altri possano pensarla diversamente, perché se si dovesse continuare a pensarla tutti alla stessa maniera, sarei costretto a pensarla come gli altri, costretto, obbligato all’appiattimento, oppure sarei semplicemente un pazzo che parla dall’alto della colonna nel deserto, incomprensibilmente, un chiacchierone senza senso.

Questo desiderio è dentro di noi, ed è un desiderio di conoscenza, non la conoscenza limitata ai libri, ma desiderio di quella conoscenza che utilizza i libri per l’azione, che è azione e teoria, teoria e azione nel medesimo tempo, è questo che occorre portare alla luce dentro di noi, è questo che dobbiamo cercare, pretendere di strappare ai libri

Dominio e rivolta by  (Pensiero e azione, #34)